Stalking: la cura oltre la norma

Ancora una volta un cittadino bresciano è finito sulle pagine della cronaca per un gravissimo episodio di violenza. A tutti era nota la pericolosità del protagonista. Cronaca di una tragedia annunciata: un uomo nel 2009 ammonito da un giudice per avere perseguitato una ex; agli arresti domiciliari tra novembre 2011 e febbraio 2012 per violenza carnale alla stessa donna; la donna che ha picchiato, violentato, seviziato nella notte tra sabato e domenica. Da febbraio gli arresti domiciliari si erano trasformati in divieto di avvicinamento. Chissà per quale alchimia giudiziaria un uomo così “ufficialmente” pericoloso aveva di nuovo la licenza di uccidere – e alla morte della ex compagna ci è andato vicino vista la prognosi stilata dei medici.

Eppure la vittima aveva avuto il coraggio di fare tutto quello che serve: lasciarlo, denunciarlo, affrontare il penoso percorso che una donna deve intraprendere, talvolta subire, in seguito a una violenza carnale – in tante si scoraggiano e, purtroppo, trasformano la ragione in vergogna. Questa volta qualcos’altro non ha funzionato, forse non si è compresa l’escalation di violenza di un uomo pericoloso che aveva scritto in fronte la profezia della serialità del suo atto: provarci e riprovarci sempre più brutalmente. Chi arriva a questi punti di malattia non torna più indietro. Per lui il mondo, perlomeno il mondo-donna, è qualcosa a cui andare contro non appena frustra la sua illusoria condizione di appagamento. Una macchina da guerra che non si ferma solo perché è bloccata transitoriamente da una pena banale. I soli strumenti della giustizia, infatti, non bastano per la follia.

È recente la discussione sulla chiusura in Italia degli ospedali psichiatrici giudiziari. È chiaro che nessun essere umano deve subire reclusione in ambienti non rispettosi della dignità della persona. Tuttavia il dramma di questa signora dovrebbe almeno aiutarci a riflettere. Curare psicologicamente vuole dire insegnare a esprimere l’emotività in maniera armonica e fluente, senza blocchi e senza esplosioni. Nei casi in cui la persona soffre di nuclei psicopatici, ossia di un’ostinata e incancrenita incapacità di volere bene che diventa ritmicamente annientamento emotivo e fisico dell’altro, però, la custodia fisica è l’unico strumento per bloccare un impulso alienante per chi lo possiede e chi lo subisce. Una custodia che non impedisce la progressione e la speranza, una reclusione della brutalità più nera che nasconde ferite incancellabili che non esclude la cura di quello che parzialmente può giungere alla consapevolezza. I violentatori seriali, potenziali killer, non esistono solo nella fiction. Dal pericolo insito in alcune malattie dell’animo vanno protette vittime e aggressori con leggi e strutture adeguate, ma anche attraverso la conoscenza: psicologia e psichiatria non possono essere ancelle di considerazioni legali, ma dovrebbero diventare inseparabili partner di tutti gli altri professionisti coinvolti, troppo spesso ciecamente, nell’orrore.

Romana Caruso

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